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Palazzo Bentivoglio: la storia

I Bentivoglio dello Stocco e la loro dimora

I Bentivoglio

La storia della famiglia Bentivoglio è secolare e si intreccia con le vicende di Bologna, una città dalle gloriose radici comunali che, dopo la quattrocentesca parentesi cortigiana, passò  nel 1506 sotto l’egida pontificia. I Bentivoglio affrontarono una  scalata lenta: beccai (macellai), notai, condottieri, uomini d’arme, aristocratici. Essi dal Duecento si erano stabiliti alle porte della città, all’imbocco dell’attuale piazza Verdi. Nel secolo successivo la famiglia si divise in due linee, denominate rispettivamente “dello Stocco” e “dominanti”, che presero strade differenti, ma parallele.

I Bentivoglio “dominanti” ressero le sorti politiche della città per l’intero Quattrocento. Sotto la guida di di Giovanni II (1462-1506) la città delle due torri si trasformò in una città di corte, che nulla aveva da invidiare alla Firenze medicea o alla Milano sforzesca. Quella dei Bentivoglio fu una Signoria “di fatto”, riconosciuta come tale dagli occhi degli altri signori italiani e considerata di intralcio alle mire espansionistiche di papa Giulio II. Quando nel 1506 il pontefice assediò la città per impossessarsene, furono gli stessi bolognesi a consegnargli le chiavi della città, ormai stanchi di un governo che negli ultimi anni si era fatto violenta tirannia. I figli di Giovanni II furono cacciati, ma tentarono di riprendere le redini della città in due occasioni, perdendone definitivamente il controllo della città nel 1513.

Rimasero a Bologna i cugini che nel 1454 avevano ricevuto dal papa Niccolò V nella persona di Ludovico il titolo di conte del Sacro Palazzo e il dono di una spada da stocco, da lui benedetta. Il dono era tanto di prestigio, che questo ramo della famiglia prese a distinguersi dall’altro definendosi “Bentivoglio dello Stocco”. 

Mentre Bologna consolidava il proprio prestigio, diventando addirittura teatro dell’incoronazione a imperatore di Carlo V nel 1530, i Bentivoglio dello Stocco si inserirono in quell’oligarchia senatoria che affiancava il cardinale legato nel governo della seconda città dello Stato Pontificio. Essi sancirono la conquista di questo potere avviando a metà Cinquecento l’erezione di uno dei più notevoli edifici felsinei, che ospitò artisti eccellenti e i più alti rappresentanti dell’aristocrazia internazionale.

Palazzo Bentivoglio in Borgo della Paglia

Quando i Bentivoglio si stabilirono in Strada San Donato nel XIII secolo la zona era aperta campagna; a partire dal 1460 i Signori di Bologna vi costruirono il proprio palazzo, rendendola centro politico e culturale della città.  Qui, all’ombra della Domus Aurea di Giovanni II Bentivoglio, il ramo “dello Stocco” della famiglia eresse la propria dimora.

Dopo la fine della Signoria di Giovanni II e il consolidamento del potere del Papa sulla città, i Bentivoglio dello Stocco avviarono l’erezione del proprio palazzo.

La costruzione fu avviata dal conte Ercole nel 1519, che ottenne dal Senato il permesso di abbattere il portico, ma i lavori iniziarono solamente nel 1551. La mole del “palazzo moderno” doveva esser imponente: l’edificio alto tre piani era visibile fin dalla Strada San Donato, nell’attuale Piazza Verdi. Sul nome dell’architetto sono state fatte varie ipotesi, ma il mistero non è stato ancora risolto. La critica oggi si orienta verso il perugino Galeazzo Alessi, a Bologna tra il 1550 e il 1555. A Domenico Tibaldi sembra potersi riferire il successivo disegno della corte interna, oggi incompleta, ma dall’indiscutibile fascino. Seguono, infine, i lavori diretti da Floriano Ambrosini dal 1612, che pare conducano la pianta dell’edificio alle forme attuali. 

L’erezione del palazzo di Borgo della Paglia fu promossa da diversi membri della famiglia Bentivoglio e sin dal XVI secolo l’edificio fu frammentato in varie aree. Questa suddivisione si riflette nella distribuzione delle decorazioni, sparse oggi tra gli innumerevoli ambienti e in gran parte perdute, ma sono numerose quelle ancora in loco che documentano l’antico fasto del palazzo.

Sembra che il maggior numero di affreschi si trovi nelle zone periferiche della struttura: l’enorme salone, che fu teatro di feste memorabili, è glabro di pitture, mentre altrove si riconosce sulle pareti il pennello di Prospero Fontana e Cesare Baglione, qui attivi attorno al 1570. Dell’opera di Giovanni Battista Cremonini si ha una qui sola timida testimonianza in uno stemma affrescato al primo piano a inizio Seicento. Alla metà dello stesso XVII secolo appartengono il soffitto con Prometeo ruba il fuoco e una Scena di sacrificio su un camino, capolavori affrescati da Angelo Michele Colonna e Agostino Mitelli al piano terreno. Si può datare al 1769 la decorazione più spesso ricordata dalle guide cittadine, cioè la galleria dipinta a chiaro scuro da Antonio Bonetti con scene di Sacrificio di mano di Ubaldo Gandolfi. 

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