Nel primi anni Settanta un gruppo di giovani architetti vince il concorso per la realizzazione del nuovo centro culturale di Parigi, con un progetto destinato a cambiare i paradigmi museali del secondo Novecento. La lunga facciata su rue du Renard e Rue Beauborg è risolta alla stregua di un enorme modello anatomico: per i passanti è possibile vedere il grande funzionamento della macchina architettonica, poiché tutti i sistemi distributivi, funzionali ed energetici sono portati in primo piano, lasciano dietro di sé i piani del museo totalmente liberi e senza interruzioni. Renzo Piano e Richard Rogers, coadiuvati da Giancarlo Franchini, Su Rogers, Edmund Happold e Peter Rice, portano così a compimento il sogno lecorbuseriano del plan libre ed elevano l’intero edifico a monumento della macchina moderna, non più obbligata a nascondersi tra i muri di tamponamento. \n Negli stessi anni Francesco Trabucco e Marcello Vecchi realizzano per Alfatec un prodotto fondamentale per le sorti dell’azienda stessa, diventandone ben presto il best-seller. Con l’assemblaggio di pochi elementi già esistenti, disegnano il Bidone Aspiratutto, capace di attraversare l’immaginario collettivo e di essere protagonista dell’universo domestico anche quando non in funzione. Il colore verde e le grandi scritte bianche lo fanno sembrare un oggetto appena ripescato dai negozi di surplus militare, che in quegli anni sono oramai diventati di gran moda per rifornirsi di abbigliamento a basso costo. Il successo è immediato, anche grazie a una comunicazione estremamente pop: in una pubblicità dei primi anni Ottanta il lungo tubo aspirante avvolge le sue spire intorno al corpo di una giovane donna alla stregua di un Laocoonte, strappandole un malizioso sorriso. \n Le macchine, protagoniste indispensabili della nostra quotidianità, escono da intercapedini e sgabuzzini, diventano seducenti e sono definitivamente desiderose di essere guardate.